Antiriciclaggio nel mercato dell’arte: un obbligo ancora poco compreso

Il mercato dell’arte e dell’antiquariato è uno degli ambiti in cui l’antiriciclaggio è entrato più recentemente, ma anche uno di quelli in cui la consapevolezza è ancora più bassa. Galleristi e antiquari operano in un contesto in cui il valore delle transazioni può essere elevato, ma il processo è spesso informale, basato su relazioni e fiducia.

Questo crea un contrasto evidente con la logica della normativa AML, che richiede invece strutturazione, tracciabilità e valutazione del rischio. Molti operatori del settore si trovano quindi in una situazione di difficoltà: sanno di avere degli obblighi, ma non hanno strumenti né modelli operativi chiari per gestirli.

Le transazioni nel mercato dell’arte hanno caratteristiche particolari. Possono coinvolgere soggetti internazionali, intermediari, strutture complesse. Il valore delle opere può variare nel tempo e non sempre è facilmente determinabile. Tutti elementi che rendono la valutazione del rischio più complessa rispetto ad altri settori.

In questo contesto, l’assenza di un processo strutturato diventa un problema. Non perché ogni operazione sia rischiosa, ma perché non esiste un sistema che permetta di distinguere tra operazioni a basso e alto rischio. Tutto viene gestito caso per caso, senza una logica coerente.

Nel 2026, questo approccio inizia a mostrare i suoi limiti. La necessità di documentare le verifiche e di dimostrare la correttezza del processo diventa sempre più centrale. E questo richiede un cambiamento di mentalità. Non si tratta di trasformare il settore in qualcosa di completamente diverso, ma di introdurre strumenti che permettano di mantenere la flessibilità operativa senza perdere il controllo.