Tra tutte le categorie coinvolte nella normativa antiriciclaggio, i consulenti aziendali rappresentano uno dei casi più interessanti. Non perché siano meno esposti, ma perché spesso non si percepiscono come soggetti obbligati. Questo crea una situazione particolare: operano in ambiti ad alto rischio senza avere la consapevolezza di dover applicare un processo strutturato di verifica.

Chi si occupa di consulenza societaria, costituzione di aziende, gestione di assetti societari o riorganizzazioni entra inevitabilmente in contatto con operazioni che hanno una rilevanza economica significativa. Non si tratta di attività marginali, ma di momenti in cui si definiscono strutture, si movimentano partecipazioni, si creano veicoli societari. Tutti contesti in cui il rischio AML è presente.

Il problema è che queste attività vengono spesso viste come puramente consulenziali. Il consulente aiuta il cliente a strutturare un’operazione, ma non sempre si pone il problema di verificare il contesto in cui quell’operazione si inserisce. Non per mancanza di attenzione, ma perché non esiste un’abitudine consolidata.

Questo crea un vuoto operativo. Le informazioni vengono raccolte, ma non analizzate in ottica di rischio. Le strutture vengono create, ma non sempre viene verificato chi c’è dietro. E soprattutto manca un sistema che permetta di collegare tutte queste informazioni in modo coerente.

Nel contesto attuale, questo approccio è sempre meno sostenibile. Non perché ci sia un aumento degli obblighi, ma perché aumenta la necessità di dimostrare la correttezza del processo. E senza un sistema, questo diventa difficile.

Per il consulente aziendale, il passaggio chiave è riconoscere che l’antiriciclaggio non è un’attività separata, ma una lente attraverso cui leggere il proprio lavoro. Quando questo avviene, il processo cambia. Non si tratta più di aggiungere controlli, ma di integrare quelli esistenti in una logica più strutturata.